Uno sguardo d'insieme

di Eugenio Torrese, collaboratore Settore Politiche Sociali della Provincia di Bergamo
 

Premessa

A differenza dei due Rapporti precedenti, l'arco temporale che in questa edizione viene preso in esame va dall'anno 2003 al 2005 (i riferimenti sono al 31 dicembre). Si tratta, quindi, di un triennio che, per la mole dei dati e l'importanza dei cambiamenti, costituisce un banco di prova impegnativo per chi analizza e per chi legge.
Il cambiamento più significativo è rappresentato dall'allargamento dell'Unione Europea a 25, avvenuto il 1° maggio del 2004, che precede di poco il prossimo, previsto per 1° gennaio 2007, con l'entrata della Romania e della Bulgaria.
Accanto, quindi, alla elaborazione di un triennio occorre assicurare le dovute distinzioni, che sul piano giuridico sono state solennemente sancite, mentre sul piano sociale e della mobilità umana restano estremamente significative. L'esempio è rappresentato da quello che i media europei hanno chiamato la sindrome da invasione dell'<<idraulico polacco>>. Tali preoccupazioni, si ricorderà, furono la ragione dell'individuazione di un diverso regime per i nuovi Paesi acquisiti all'Unione (Paesi neocomunitari), con l'applicazione di norme transitorie, basate per l'Italia sulla definizione di quote di ingresso distinte, ma della stessa entità (170.000) di quella per i non comunitari. Chi ha registrato il flusso più consistente in entrata è stata la Gran Bretagna, con circa 600.000 unità e con un'incidenza del 62% di persone provenienti dalla Polonia. Per l'Italia non è stato registrato un analogo movimento e, per stare alla Polonia, il numero degli ingressi non ha registrato impennate: nel 2003 l'ISTAT contava 40.314 residenti, nel 2004 50.794 e nel 2005 60.823.
Il secondo cambiamento è rappresentato dalla "grande regolarizzazione", avvenuta nel 2002, che nel 2003 ha fatto registrare il consolidamento con gli effetti a catena di un ulteriore aumento e/o di maggiore visibilità delle presenze da un lato (come era avvenuto già in precedenza) e di un aumento delle richieste di ricongiungimento familiare dall'altro.

Le tendenze 

Prima di passare ad illustrare brevemente alcune questioni statistiche che non possono essere ignorate per la lettura delle elaborazioni successive, si richiama l'attenzione su quelle che sembrano essere delle tendenze, confermate dai dati: i numeri aumentano, la stabilizzazione registra gradi elevati, se si pensa ai due motivi principali di richiesta del permesso (lavoro e famiglia), il numero dei figli giunti e di quelli nati in Italia aumenta.
Ci troviamo quindi di fronte ad un ulteriore necessario passaggio di mentalità: dalla contingenza alla strutturalità ed oggi alla consapevolezza che l'Italia è un Paese a sviluppo avanzato, stabile meta di immigrazione. Decisioni adeguate a questo stato ed alle responsabilità che ne derivano sono ormai vitali oltre che espressione di maturità come Paese e come società. Si tratta cioè di passare da una visione strumentale e di convenienza dell'immigrazione (invecchiamento degli italiani, necessità di lavoratori per le aziende che altrimenti chiuderebbero) ad una di Paese che è parte del mondo, dei suoi processi economici, sociali e culturali e proprio per questo adotta politiche per l'immediato e per il futuro.

Sofferenza statistica

Nel dicembre del 2005 (www.istat.it), la Direttrice centrale dell'Istat, Linda Laura Sabbadini, ha dichiarato, nel corso di un importante convegno sulla presenza straniera in Italia, che c'era bisogno di una "rivoluzione copernicana" in tema di rilevazione statistica, ed ha aggiunto che occorreva dare "pari opportunità nell'ambito delle statistiche ufficiali rispetto agli italiani" (ibidem). La necessità espressa riposa su una situazione che richiede certamente un cambiamento nella rilevazione dei dati e delle informazioni relative alla presenza degli stranieri in Italia: fonti diverse e proprio per questo non concordanti, prevalenza della connotazione amministrativa delle stesse, tempi e modalità di diffusione diversi.
La pubblicazione dei dati relativi al bilancio demografico del 2005 nell'ottobre di quest'anno è stato un primo segnale importante, che fa ben sperare per il futuro.
Intanto occorre tener presente che è indispensabile far precedere, come in questo caso, premesse puntuali alle presentazioni di dati ed osservazioni, perchè le comparazioni vanno accompagnate da un numero ancora troppo elevato di avvertenze e specificazioni.

Il dato nazionale

Quanti sono gli immigrati?
Ad una domanda così semplice è, ancora oggi, necessario rispondere con cautela. Infatti, l'ISTAT utilizza i dati relativi agli stranieri forniti dagli uffici anagrafe dei Comuni al 31/12 di ogni anno, con una suddivisione per nazionalità, ma non applica la stessa distinzione ai minori ed ai nati. Dal canto loro la Caritas nazionale con il suo rapporto, arrivato alla sedicesima edizione, e la Fondazione ISMU, al suo undicesimo,  forniscono stime, a partire dai dati del Ministero dell'Interno (soggiornanti) e dall'ISTAT. Inoltre la Caritas pubblica i dati al 31/12 di ogni anno, mentre l'ISMU al 1° luglio.
Le comparazioni diventano quindi forzate e non possono che essere rubricate sotto la voce "indicative". Nel 2003 si registrano 2.193.999 soggiornanti (la stima complessiva del Dossier Caritas è pari a 2.598.223), nel 2004 la stima complessiva arriva a contarne 2.786.340, mentre al termine del 2005 si registrano 2.271.680 soggiornanti stranieri. Si tratterebbe di una riduzione, ma la stima che propone la Caritas fa arrivare a 3.035.144 persone (cfr. Dossier Caritas 2006 pagg. 107 - 108). La progressione è stata quindi confermata, anche se tra le cifre del Ministero dell'Interno e quelle fornite dall'ISTAT si registrano degli scarti, dovuti alle modalità di lavoro e di rilascio dei permessi, alla registrazione dei figli e poi dei nati qui e alle difficoltà nell'insediamento territoriale determinate molte volte da un mercato della casa selettivo e spesso luogo di discriminazione e di affarismo irregolare o in nero. L'Istat quindi fornisce nel suo bilancio demografico i seguenti dati: 2003 con 1.990.159 residenti stranieri, 2004 con 2.402.157 e 2005 con 2.670.514.
In tutte e tre le rilevazioni bisogna tenere presente che sono considerati tutti coloro che hanno una cittadinanza diversa da quella italiana, comprendendo così tutti i cittadini, senza distinzione tra Paese comunitario o non, tra Paese a forte pressione migratoria (Pfpm) o non. E' la condizione giuridica quindi a fare da variabile madre delle elaborazioni.
Secondo il Dossier Caritas 2006 le donne che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, al termine del 2005, sono il 46,3%, a fronte di un 44,9% per ricongiugimento familiare. Si può racchiudere in questa doppia percentuale il richiamo esplicito a due aspetti importanti dell'immigrazione in Italia: la femminilizzazione del movimento migratorio ed il ruolo che assume la donna nel "progetto migratorio". Oltre alle donne provenienti dall'Europa dell'Est, ed in particolare dall'Ucraina, nella provincia va registrata la presenza boliviana come fortemente femminilizzata. Si tratta di due realtà diverse per culture di riferimento e per obiettivi della "scelta" migratoria: le prime con progetti a temporaneità breve e mirati, le seconde a temporaneità lunga, se non definitiva, ed obiettivi di generale miglioramento e con un effetto di richiamo dei congiunti. Il contrario va registrato per le donne che provengono dal Marocco, ad esempio, per le quali prevale il ricongiungimento con l'uomo, già inserito.
La declinazione a senso unico dell'immigrazione al maschile, quindi, non solo va verificata con attenzione (anche nei decenni precedenti alcuni collettivi di passaporto - ad esempio quello filippino - presentavano questa caratterizzazione) ma richiede di comprendere che la migrazione al femminile comporta forti cambiamenti nelle strutture familiari di riferimento in terra di partenza (famiglie spezzate) ed in terra di arrivo e permanenza (famiglie ricomposte, ma con ruoli e pesi diversi tra gli adulti del gruppo; interruzioni di gravidanza ed "amori differiti"). A questa realtà va aggiunta anche una presenza, in alcuni collettivi, di donne poco istruite ed a limitata socializzazione (in alcuni casi isolamento vero e proprio) che spingono a pensare ad un mondo nell'universo dei migranti.
I minori, cioè i figli ricongiunti e/o nati qui, sono una ulteriore porzione di umanità che le rilevazioni amministrative colgono solo in parte. In Italia rappresentano il 19,3% degli immigrati, mentre a livello provinciale si giunge al 25%. Bergamo rientra quindi nelle dinamiche territoriali che vedono il Nord con una presenza più elevata, a differenza del Centro e del Sud e la Lombardia registrare un 21,3%. Ci troviamo in linea con il quadro delineato, ma con un'accentuazione dell'incidenza percentuale.
Tale realtà segnala due dinamiche importanti: la stabilizzazione del "progetto migratorio" e la presenza di strutture familiari diffuse. I collettivi di passaporto attraverso questa presenza segnalano cioè scelte diverse, che sono impegnative per gli adulti e per la società locale.
A questo proposito, sul piano provinciale non si può non partire dalla recentissima ricerca, realizzata dal Settore Politiche Sociali della Provincia "Figli di immigrati, conoscenza ed azione per favorire l'integrazione". Rappresenta una "fotografia" ed una prima panoramica che ha registrato una presenza significativa in numerosi ambiti della società locale ed al tempo stesso ha richiamato l'attenzione sui minori non accompagnati (una realtà difficile su cui intervenire) e proposto piste di lavoro e di progettazione. Gli interventi al Convegno di presentazione hanno ulteriormente arricchito lo spazio conoscitivo e propositivo nella consapevolezza che non occorre dare nuova carica all'impegno, ma cambiare registro perchè con i figli l'immigrazione inizia a non essere più tale per diventare "naturalmente" parte a pieno titolo della società, evitando di continuare a separare in nome di una specificità sempre verde.

La composizione per nazionalità di provenienza

A livello nazionale la graduatoria per numero di presenze vede nel triennio un importante cambiamento, che necessita di attenta riflessione da parte di decisori ed operatori, ma anche da parte degli immigrati stessi che vedono significativi cambiamenti all'interno della composizione dell'universo statistico a cui sono assegnati.
Al termine del 2003 si assiste, infatti, al superamento in graduatoria del Marocco da parte del collettivo della Romania e dell'Albania (la graduatoria cambia se si prendono i dati della residenza, che vedono nell'ordine Albania, Marocco e poi Romania) e subito dopo il Marocco si attesta l'Ucraina. L'Europa dell'Est quindi, con la regolarizzazione, muta la geografia delle partenze con tutti gli effetti del caso: rapidità, diverso "progetto migratorio" e diversa relazione con la terra di partenza. Il 2004 (in assenza dei dati sui soggiornanti, ci avvaliamo di quelli dei residenti) registra un segnale di continuità, con un aumento dei residenti di origine cinese. Al termine del 2005 il Dossier Caritas conferma le tendenze colte, che trovano nell'aumento delle residenze un consolidamento di scelte a più lungo termine.
Nella provincia di Bergamo il triennio evidenzia, come residenze, una situazione invariata per quanto riguarda le posizioni generali, che vedono nell'ordine Marocco, Albania, Senegal, Romania, India, ma registra un ritmo diversificato se osserviamo le seguenti progressioni: Marocco da 11.427 presenze nel 2003 al 15.019 del 2005; Romania da 3227 nel 2003 a 5436 nel 2005; Albania da 6518 nel 2003 a 8831 del 2005, India da 2363 nel 2003 a 3975 nel 2005 ed il Senegal che ha una progressione minima registrando un più 1210 nel 2005, passando da 6076 nel 2003 a 7286 nel 2005. Se si confrontano i dati del 2005 con l'anno della regolarizzazione allora le progressioni per Romania e India sono rispettivamente pari a 288% e 125,7%, per Albania più 77,5%, per Marocco più 54,5% e per Senegal più 47%.
Il ritmo diversificato che emerge nell'analisi per collettivo di passaporto, assume un significato più marcato se teniamo in considerazione la progressione nell'intero territorio provinciale. Infatti a partire dal 1995 fino al 1999 si registra una progressione costante, ma non accelerata, passando da 9.660 nel primo anno di riferimento a 19.460 nell'ultimo considerato (in 5 anni più 10.000); nel biennio successivo si ha un raddoppio, con un più 9409, mentre nei quattro anni successivi le 10.000 unità in più si registrano con progressione annuale.
La specificità di Bergamo è costituita dalla presenza dei Boliviani. Le elaborazioni dell'Istat, di Caritas ed Ismu (compreso l'Osservatorio regionale) non registrano questa rilevante particolarità per le fonti utilizzate e le modalità di rilevazione. E' infatti decisamente eccezionale una presenza che, per entità, nel capoluogo (area territoriale in cui è concentrata) supera il totale degli stranieri residenti e presenta un rapporto capovolto tra regolarità/irregolarità, con l'80% per il secondo fattore. I dati provinciali, elaborati dall'Osservatorio regionale accennano ad una significativa associazione tra territorio e presenza del collettivo boliviano, ma sono lontani dal denunciarne la portata e la significatività oltre agli effetti sul piano delle elaborazioni statistiche. Sulla base dell'indagine realizzata dall'Agenzia per l'integrazione è stato calcolato che la presenza di Boliviani al termine del 2004 ammontava, secondo la stima intermedia a 10.000 unità, con un rapporto tra regolarità/irregolarità a favore di quest'ultima e pari all'80%. Al termine del 2005 sicuramente la presenza è aumentata ed il tasso di irregolarità anche. Questa specificità ha un importante effetto anche sulle elaborazioni statistiche fino ad ora rese note, perchè incide ed in modo diretto sui tassi di presenza in rapporto agli altri collettivi nazionali degli immigrati ed in rapporto agli italiani. Infatti se prendiamo in considerazione la stima accennata (al ribasso sia rispetto all'indagine che agli arrivi continui nella bergamasca) allora rispetto ai dati dei residenti nel capoluogo avremo che il numero dei Boliviani presenti è superiore al numero degli immigrati residenti e lo stesso rapporto tra regolarità ed irregolarità stimato dall'Osservatorio Regionale (28 irregolari su 100 nel 2005) andrebbe ricalcolato con esiti molto più marcati a favore della seconda. Infine i dati citati fanno salire quelli registrati a livello provinciale, ed impongono Bergamo all'attenzione regionale e nazionale, come la "capitale" dei Boliviani in Italia.
Bergamo, quindi è terra d'elezione per i Boliviani, è terra di speranza per un  futuro migliore, anche se non mancano segnali di difficoltà (concorrenza con altri collettivi nel campo dell'assistenza e cura degli anziani), dal 1° gennaio 2007 entrerà in vigore l'obbligo del visto e a Bergamo, salvo cambiamenti, avvierà l'attività il Console onorario di Bolivia: una conferma ed un auspicio.

Due insediamenti importanti

L'insediamento, accanto alle variabili strutturali (sesso, età...), è uno dei crocevia conoscitivi del fenomeno in esame. Segnala non solo tendenze in atto, ma permette di avvicinarci alla conoscenza dei quadri territoriali e della loro significativa diversificazione, che, unitamente a quella della provenienza, sono una fonte informativa essenziale per la elaborazione e realizzazione di politiche di settore e di territorio.
Nella configurazione nazionale emerge con costanza il quadro di un Paese che attira immigrati nel Nord, molto più del Centro e del Sud (G.C. Blangiardo, P. Farina, Il mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione, immagini e problematiche dell'immigrazione, F. Angeli, 2006). Ed all'interno del Nord è la regione Lombardia a continuare ad avere i numeri più elevati. Il "primato" si rafforza nel momento in cui è la ripartizione territoriale che registra il maggior numero di presenze. In Lombardia, cioè, si registrano 502.610 soggiornanti (stima Dossier Caritas 2003), pari al 22,9% del totale nazionale ed un addensamento nella provincia del capoluogo regionale pari a 49%; nel 2004 (Dossier Caritas 2004) la stima è pari a 652.563, 23,4% del totale nazionale, con un addensamento che cala al 47,3%, per passare a 711.059  ed un addensamento nella provincia milanese che cala per il terzo anno consecutivo ed arriva al 46,6%.
Nel richiamare le elaborazioni dell'Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità (ORIM) si ricava una diversa stima delle presenze, ma quello che più conta è rappresentato dal considerevole aumento registrato che porta da 647.600 presenze (1/07/2004) a 794.200 (1/07/2005) con un aumento del 23%: "una straordinaria crescita ...che non ha precedenti" (pag. 31, Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità, Rapporto 2005. Gli immigrati in Lombardia, Mi, 2006). Per il demografo Blangiardo si oscilla tra 776.000 ed un massimo di 812.000 unità, con un aumento in valore assoluto di 150.000 persone.
La graduatoria regionale interna conferma la collocazione al terzo posto di Bergamo, dopo Milano e Brescia. La quantificazione fatta dai vari osservatori registra scarti, anche significativi, ma non muta l'ordine: nei tre anni considerati si ha Marocco, Albania, Romania, Egitto e Filippine.
Nel passaggio alla realtà territoriale della provincia di Bergamo si osserva che la distribuzione territoriale, come ha segnalato A. Rinaldi nel suo contributo "Gli stranieri residenti in provincia" nella sezione "Nel territorio", presenta due specificità. La prima è rappresentata dai cinque Comuni che compongono l'area di Zingonia (Osio Sotto, Ciserano, Verdello, Verdellino, Boltiere); la seconda dalla concentrazione della presenza boliviana nel capoluogo e al suo interno nella 1a Circoscrizione.
Si tratta di due insediamenti che presentano notevoli differenze, appena se ne approfondisce l'esame. La percentuale relativa al sesso segnala la prevalenza dei maschi a Zingonia, mentre quella boliviana è stata una migrazione al femminile a cui poi si ricongiungono i familiari; quella di Zingonia ed in particolare dei senegalesi è connotata da una temporaneità, anche se lunga, mentre per i boliviani la terra lasciata è spesso terra di non ritorno; la presenza dei minori è maggiore tra i boliviani, il tasso di irregolarità è prevalente tra questi ultimi, a differenza dei senegalesi che comunque registrano una percentuale in tema sempre significativa. Migrazione (prevalentemente) maschile e migrazione prevalentemente femminile connotano l'attuale condizione migratoria (come nel caso delle famiglie spezzate delle boliviane, mentre quelle senegalesi sono bilocali) e gli sviluppi futuri dei rispettivi collettivi di passaporto; le reti interne mostrano forti segni di vitalità, ma anche di ambivalenza (le visioni positive del capitale sociale non trovano solo conferme) e  i comportamenti sociali a rischio (v. alcolismo) o deviati (v. spaccio) impongono una riflessione più attenta per evitare di declinare fenomeni sociali e culturali solo in termini di controllo/contrasto, invece che di governo.

Mondo del lavoro

L'attenzione a questo ambito non solo deve tener presente le dinamiche strutturali, ma anche le congiunture. Ciò è vero a maggior ragione per il triennio in esame. Tre sembrano infatti i fattori che meritano di essere tenuti in forte considerazione:

  • il 2004 ed il 2005 sono stati anni di crescita ridotta o ridottissima
  • l'economia bergamasca ha registrato gli effetti della concorrenza di Paesi emergenti
  • il numero degli infortuni e dei morti sul lavoro è andato aumentando.

Le relazioni annuali della Camera di Commercio hanno segnalato l'andamento congiunturale, mentre i Centri per l'impiego hanno registrato il movimento delle entrate e delle uscite dei lavoratori immigrati.
Una lettura orientativa della quantità di informazioni e dati che il Rapporto mette a disposizione richiama l'attenzione su alcune dimensioni del fenomeno e su alcune dinamiche economiche ed il loro grado di consolidamento.

L'occupazione

Si conferma, con i dati dei CPI, con l'indagine Excelsior e con quella campionaria dell'Osservatorio regionale per l'integrazione e la multietnicità, che gli immigrati sono una componente stabile ed essenziale del mercato del lavoro. Tale condizione è rilevata in particolare nel settore manifatturiero, in quello dell'edilizia (cfr. i dati di  Edilcassa e Cassa Edile) e dei servizi.
Il rapporto tra i due sessi si modifica in rapporto al settore (v. maschi nell'edilizia e donne nell'ambito dell'assistenza e cura) ed in rapporto alla tipologia del contratto (indeterminato in prevalenza per gli uomini, determinato in prevalenza per le donne). Le condizioni contrattuali sono varie (dalla regolarità all'irregolarità) e le retribuzioni dipendono sia dalla dal fattore citato che dai rapporti di lavoro che, al di là del visibile, si instaurano. La recente indagine realizzata a livello nazionale (R. Bichi, L. Zanfrini, E. Zucchetti, Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione, la domanda di lavoro immigrato e il ruolo degli attori locali, F. Angeli, 2006) conferma non solo questa situazione, ma segnala che l'economia e la struttura produttiva ed aziendale del Nord favorisce in percentuale un maggiore tasso di regolarità rispetto al Sud, fermo restando che in alcuni ambiti, dove ad esempio il datore di lavoro è rappresentato dalla famiglia, il tasso si abbassa senza differenziazioni territoriali molto marcate.
Infine occorre segnalare che la rilevazione dei CPI della provincia registra una ripresa dei contratti a tempo indeterminato (v. L'Eco di Bergamo, 9 agosto 2006). Le analisi sul 2006 e quelle successive permetteranno di capire se si è verificata una inversione di tendenza che nel biennio critico (2004 - 2005) era stata registrata da più parti.
Un aspetto importante, che i pochi dati ricevuti per questo Rapporto non permettono di affrontare, è il livello di sindacalizzazione degli immigrati. Una realtà (a livello nazionale uno su dieci iscritti alle confederazioni sindacali è immigrato) che va letta in relazione alle dinamiche del mercato del lavoro, ma anche in relazione ai processi di inserimento ed integrazione senza visioni semplicistiche e lineari.

Il lavoro autonomo

Un capitolo a parte richiede l'andamento delle iscrizioni al Registro delle imprese. L'iscrizione, con il relativo aumento, segnala non solo un dato positivo, ma anche una diversificazione (la nazionalità dei registrati) che è ormai consolidata.
Alcuni dati possono dare il senso di questo trend: dal 2003 al 2006 si passa da 568 a 1.463 titolari di imprese individuali, mentre le società di persone con cariche di stranieri passano da 128 a 291. Nelle imprese individuali le progressioni più significative sono le seguenti: Marocco da 133 (2003) a 296 (2006), Albania da 75 a 218, Romania da 25 a 146, mentre Egitto da 32 a 106 e Senegal da 52 a 100. Questi numeri registrano l'evidente aumento della presenza, ma l'incrocio (con la prevalenza del comparto dell'edilizia) con i dati relativi all'arrivo richiama l'attenzione sull'induzione al lavoro autonomo perchè funzionale alle caratteristiche dei rapporti di lavoro (si veda in proposito la ricerca effettuata nel bolognese in A. Megale et alii, Immigrazione e sindacato, IV Rapporto, Ediesse, Roma, 2006). Un discorso diverso va fatto per i cinesi, che, secondo le rilevazioni nazionali fatte dalla Camera di Commercio di Milano (per il 2004 e 2005 - parziale) confermano una fisionomia di tipo nazionale con una presenza nel settore manifatturiero, del commercio e della ristorazione.
I dati di questo ambito (corroborati anche dalla ricerca del Dossier Caritas 2006 - CNA di quest'anno sul mondo dell'artigianato degli immigrati) possono essere letti in due modi: o come manifestazione di una presenza, oppure abbinando l'osservazione a considerazioni che invitano a guardare a questa realtà come a nuovi attori economici. Nuovi attori che o marcano con numeri e culture i vari settori, oppure, per le caratteristiche delle attività che mettono in essere, come nel caso della vendita al dettaglio dei negozianti cinesi, si insediano sul territorio occupando posizioni che rispondono con una propria offerta alla domanda di settori di consumatori.
Se si sposa la prima lettura allora si privilegia l'interesse per l'osservazione fine a se stessa, basata fondamentalmente sulla registrazione di nuove presenze; se, invece, si privilegia la seconda allora i nuovi attori economici e produttivi diventano generatori di domande a cui le associazioni datoriali potrebbero prestare un'attenzione che va oltre il dato e l'attività informativa e l'offerta di servizi. Tre fattori depongono a favore della seconda ipotesi:

  • il dibattito estivo ed autunnale sulla piccola imprenditoria, sollecitato da Il Sole 24 Ore, all'interno del quale alcuni intervenuti (v. De Rita) hanno sottolineato la capacità imprenditiva degli immigrati, come molla per i processi di integrazione
  • l'attenzione agli immigrati non solo come utenti del welfare, ma come clienti significativi del credito e di quello al consumo
  • l'emersione di casi di discriminazione, che probabilmente sono la punta di un iceberg (si veda in proposito UNAR, Un anno di attività contro la discriminazione razziale - Rapporto 2005 e l'indagine presentata da M. A. Bernardotti sul caso degli infermieri in A. Megale et alii, Immigrazione e sindacato..., op. cit. ).

Si tratta, quindi, di passare ad un'azione consapevole e matura rivolta alla nuova presenza e alle implicazioni sociali e culturali, oltre che economiche, che richiede in modo combinato concretezza del fare e cambio del modo di agire che superi la visione funzionale degli immigrati.

Un dato preoccupante: gli infortuni

E' di queste settimane l'allarme lanciato da ASL e Sindacati Confederali sugli infortuni sul lavoro. Il 2006 si presenta già oggi con un dato superiore al 2005. E' un dato preoccupante al punto di ricevere l'attenzione di addetti, esperti e mondo politico, dopo che nel mese di luglio l'ASL, con un apposito convegno, aveva richiamato l'attenzione di tutti ad un'azione stringente perchè il numero degli infortuni di adulti, ma anche di giovani, era ed è un segnale di una gestione del personale unicamente volta ad assicurare risultati economici, a danno anche di una cultura moderna del lavoro.
Il dato provinciale si inserisce nel quadro nazionale, che viene monitorato dall'INAIL con i suoi rapporti annuali. Nell'ultimo, quello relativo al 2005, la Lombardia è al primo posto tra le regioni per numero di "infortuni occorsi a lavoratori extracomunitari" con la cifra di 24.149 (21,8% del totale nazionale), di cui 35 mortali (25,4%). Nella bergamasca il totale degli infortuni nel triennio considerato vede i seguenti dati: 3.339 nel 2003, 3.531 nel 2004, 3.355 nel 2005 di cui, rispettivamente 9, 3 e 3 mortali. E l'analisi dell'istituto non lascia purtroppo dubbi: "In termini relativi, che sono più significativi per la definizione dei livelli di rischio propri di questa collettività di lavoratori, va ricordato che tutti gli indici elaborati in varie, recenti occasioni, indicano che sia in termini di incidenza, vale a dire rispetto al numero di occupati/assicurati, sia in termini di frequenza, riferiti a lavoratore - anno, cioè unità di lavoro rappresentative dell'effettiva esposizione temporale al rischio, segnalano che i valori riferiti agli extracomunitari sono nettamente superiori, nell'ordine medio del 50 - 60%, rispetto ai lavoratori italiani" (INAIL, Rapporto 2005, pag.31)

Welfare e immigrazione

L'ambito del welfare, al pari del sistema scolastico, costituisce ancora oggi il settore a più alta intensità di intervento nel campo dell'immigrazione. La fotografia degli interventi, che rientravano nelle leggi di settore e nella 328/2000, realizzata con il precedente Rapporto, trova una sua continuità con l'edizione attuale. A differenza della sintesi precedente, il primo triennio di programmazione si è realizzato e sono stati approvati i piani per il triennio 2006 - 2008, con una sostanziale novità: la drastica riduzione dei fondi della "legge 40" e l'avvio dell'ultimo anno sociale di attività previste dalla legge 285/97. Questi cambiamenti pongono in serie difficoltà gli ambiti territoriali ed i soggetti cha da anni operano nel campo dell'immigrazione, in attesa di cambiamenti normativi annunciati.
A dominare in questo ambito sono le seguenti attività:

  • accoglienza
  • sportellistica
  • mediazione.

L'accoglienza è uno dei pilastri dell'attività nel campo del welfare locale. Le rilevazioni effettuate per l'Osservatorio regionale permettono di aver un quadro dell'offerta in relazione anche alla situazione dell'intero territorio lombardo. Nel triennio in esame è possibile annotare che accanto alle note strutture (Ass. Comunità Ruah onlus, Galgario) si è ampliata l'offerta per donne e donne con minori con la Battaina ad Urgnano, Casa Gilania a  Brembate Sopra e con due appartamenti, resi disponibili con il progetto "La casa del Borgo" (Coop. Migrantes - Comune di Bergamo). E' questo un settore che risponde sempre con affanno al bisogno, soprattutto nel periodo invernale e che richiede risorse ingenti per acquisire e ristrutturare. In prospettiva si aggiungerà una struttura nella VI Circoscrizione inserita nel Piano delle Opere Pubbliche del Comune capoluogo.
Alla prima accoglienza va aggiunta la "seconda" che a differenza della prima risponde a progetti di progressiva autonomizzazione dei soggetti. In posizione intermedia si pone l'attività dell'Associazione Casa Amica, che con il recente progetto "Una casa a colori" e con la ristrutturazione di altri appartamenti cerca di offrire una risposta a quanti sono in condizioni di disagio sociale e abitativo temporaneo, abbinando l'offerta di un tetto ad un intervento ad hoc per consentire il recupero o attivazione delle risorse dei soggetti coinvolti.
I dati del coordinamento degli sportelli consentono di toccare con mano lo sviluppo di questa presenza territoriale, che in molte realtà è il più corposo contatto tra immigrati e mondo dei servizi. Il numero delle persone impiegate, dei collegamenti e connessioni operanti e quello di volontari che si attivano sono la struttura di una realtà capillare, che fa da tramite con i servizi e con la Questura, spesso assolvendo indirettamente ad una funzione di airbag, come ben sanno immigrati ed operatori.
All'attività di front office la Provincia, Settore Politiche Sociali, unitamente ad ASL e ASGI ha negli ultimi anni assicurato una formazione su temi emergenti in modo da garantire una competenza sempre più ampia ed elevata agli operatori impegnati ed ha quanti ad essi sono collegati.
La mediazione vede un utilizzo considerevole delle risorse economiche disponibili, sia per rispondere alle richieste della scuola che a quelle dei servizi socio - sanitari.
I modelli di intervento sono diversi al pari dell'offerta, ma resta aperta la necessità, non solo per la progressiva riduzione dei fondi, di un ripensamento ed adeguamento dell'offerta affinchè possa essere non solo una risorsa per l'intervento ad hoc, ma consentire ai servizi di essere in grado sempre più di erogare prestazioni per tutti, pur salvaguardando le specificità culturali degli utenti.
L'alfabetizzazione degli adulti rientra in alcune progettazioni territoriali. E' un'attività a cavallo tra sistema della formazione e del sociale (versione "Legge 40"). La valenza di queste iniziative è certamente sociale per i beneficiari e per gli intenti: dare strumenti di orientamento e realizzare spazi di socializzazione per fasce deboli, come le donne ed in particolare le donne non istruite.
Quello delle assistenti e coadiuvanti alla cura degli anziani, pur essendo un anello fondamentale del sistema di welfare italiano, resta un terreno difficile di azione. Formazione e punti di incontro tra domanda (famiglie) e offerta (immigrate in netta prevalenza) sono le due leve oggi attivate ed attive in provincia. Lo status giuridico, una diffusa presenza di lavoro nero, la concorrenza di collettivi di passaporto diversi e cosa molto importante la femminilizzazione dell'ambito lo rendono particolarmente complesso, con azioni che ancora oggi non possono andare oltre il livello del tentativo locale, da apprezzare proprio perchè tale.

Una considerazione finale va fatta, nell'intento di offrire materia di riflessione e prospettiva di azione per decisori amnministrativi, operatori e immigrati.  Il riferimento va ad un corretto rapporto tra immigrazione e società locale. Fino ad oggi, infatti, prevale l'intervento del welfare, con le sue risorse economiche (ridotte nel tempo, v. Dossier statistico immigrazione 2006 di Caritas e Migrantes), umane e culturali. I risultati sono stati innegabili soprattutto se si pensa alle sinergie territoriali, improntate ad un welfare locale. Resta però una politica settoriale, anche se estremamente significativa, da non confondere con le sempre più necessarie politiche territoriali. Queste ultime vanno intese quali scelte e strategie che amministrazioni ed attori locali (compreso il mondo dell'impresa profit e no profit), con tutte le forme di partecipazione previste dalla normativa o progettate e realizzate in sede locale, adottano pensando agli immigrati non più e solo ad un tema a statuto speciale, e quindi naturale utenza dei servizi sociali e delle politiche ad essi collegati, ma  ad una parte della collettività (la documentazione sul credito raccolta per il Rapporto ne è un esempio), curando tutte le forme di comunicazione e connessione, reciprocamente arricchenti, in modo da favorire l'integrazione e la coesione della società nel suo insieme.

Il mondo della scuola

Anche per questo ambito, la Lombardia è al primo posto a livello nazionale. Infatti, secondo il Dossier Caritas, nell'anno scolastico 2003 - 2004 accoglie un quarto del totale nazionale, quest'ultimo pari a 282.683 alunni stranieri, che a loro volta sono il 3,49% di tutta la popolazione scolastica, e nell'anno 2005 - 2006 il 24,6% del totale pari a 424.683, che corrisponde al 4,8.
Nel triennio la scuola bergamasca registra il passaggio da 7867 presenze - pari al 6,1% del totale regionale degli alunni con cittadinanza non italiana (a.s. 2003 - 2004) a 9942 - pari al 6,6% - (nell'anno 2004 - 2005) a 11845 - pari al 7,6% - nell'anno scolastico 2005 - 2006.
Rispetto al totale della popolazione scolastica provinciale si passa dal 6,1% al 7,6%, con un incremento pari all'1,5%.
Le rilevazioni esaminate non sono omogenee e non permettono quindi di fare comparazioni approfondite. Infatti, solo nel primo dei tre anni scolastici presi in esame, grazie alla terza indagine "Insieme a scuola" dell'Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità, curata da E. Besozzi e M. T. Tiana, è possibile operare la distinzione, non di poca importanza, tra gli alunni nati in Italia (più del 28%) e quelli nati all'estero  e conoscere l'anno di arrivo. Si tratta di informazioni che consentono da un lato di dare forma statistica ad una realtà che non va disciolta senza la necessaria annotazione nelle graduatorie per nazionalità e dall'altro permette di dare forma alle probabili diverse "carriere scolastiche" che possono prefigurarsi.
Se si confrontano i dati relativi al primo e all'ultimo dei tre anni in esame è possibile evidenziare alcune posizioni che, collegate alle altre presenti nel Rapporto, arricchiscono il quadro, relativo alle nazionalità e alle presenze nell'ambito del sistema scuola della provincia.
Nella scuola dell'infanzia si registra una presenza nell'anno 2003 - 2004 pari al 22,8% del totale degli alunni non italiani, il 43,3% nella scuola primaria, il 22,8% nella secondaria di 1° grado, l'11,2% nella secondaria superiore ed infine risultano 211 iscritti in Universit à.
Nell'anno scolastico 2005 - 2006 si registra: nella scuola dell'infanzia il 20,5%, in quella primaria il 40,5%, nella secondaria di 1° grado il 23,8% ed in quella di 2° grado il 15,4%. Nell'Università si arriva a 344 iscritti.
Per quanto riguarda le 5 nazionalità con il maggior numero di alunni per i vari gradi, si possono osservare le seguenti variazioni: nell'anno 2003 - 2004 dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di 2° grado la graduatoria non muta: Marocco, Albania, Romania, Bolivia, India; in Università si ha invece Albania, Marocco, Romania, Bolivia, Bosnia.
Nell'anno 2005 - 2006 occorre invece registrare delle mutazioni:

  • scuola dell'infanzia con Marocco, Albania, Senegal, Romania, India
  • scuola primaria con Marocco, Albania, Romania, Bolivia, Senegal
  • scuola secondaria di 1° grado con  Marocco, Albania, Romania, Bolivia, India
  • scuola secondaria superiore con Marocco, Albania, Bolivia, Romania, Senegal
  • Università con la stessa composizione ed ordine in graduatoria rispetto all'anno di comparazione.

In tutte e due le rilevazioni esaminate va segnalato lo scarto tra gli iscritti di nazionalità albanese, che sono rispettivamente 117 e 160, ed  il Marocco che, al secondo posto, registra rispettivamente 13 e 21 iscritti.
L'analisi dei dati richiede di soffermare l'attenzione sulla comparazione di altri aspetti:

  • il "ritardo scolastico" supera quota 50% a partire dal secondo anno della scuola secondaria di 1° grado fino al termine del ciclo delle superiori
  • il ritardo registra una flessione tra i due della comparazione nella primaria scendendo dal 23% al 21,3, nella secondaria di 1° grado da 56,7% al 52,6, mentre alle superiori si sale dal 70,5% al 74,8.

Con la rilevazione dell'anno 2005 - 2006 è possibile avere un quadro delle presenze per tipo di istituto: a prevalere sono gli istituti professionali e tecnici che raccolgono l'82,5% del totale, con un aumento di un punto percentuale rispetto all'anno 2003 - 2004. Se a questo tasso accoppiamo il numero di iscritti e frequentanti i corsi professionali, allora si può forse affermare che il sistema della formazione accanto a sforzi e risultati positivi richiede un'attenzione più vigile a partire però da una visione che parta dall'esterno, cioè dalla società e dalle sue dinamiche. Tutto ciò per evitare di confondere l'impegno di molti con il sistema nel suo insieme, l'attenzione a quanto meritoriamente realizzato con le prospettive. E' necessario superare, con convinzione e decisione, la visione per problemi e soluzioni improntate a rispondere subito, spesso premiando la funzionalità a scapito della complessità, la gestione a scapito della pedagogia, le prestazioni a scapito della formazione.
Un capitolo a parte, ma integrante del sistema formativo, è costituito dall'Educazione degli Adulti.
Incardinata sui Centri Territoriali permanenti (7 in provincia) è l'offerta di corsi per il titolo di studio (nello specifico licenza media) e per la formazione lungo l'arco di vita per italiani e stranieri. Per questi ultimi è possibile accedere ai corsi per la licenza media, al pari degli italiani, e corsi "a favore di cittadini stranieri per l'integrazione linguistica e sociale". Il quadro nazionale vede al Nord una forte presenza di Centri e di corsi attivati con un conseguente numero di iscritti. Infatti, nell'anno formativo 2003/2004 (i dati ad oggi pubblicati sono riferiti a questo anno www.bdp.it/eda/moni_sta_0304) si registrano 44.979 iscritti al Nord, 12844 al Centro e 3926 al Sud. Nella provincia di Bergamo, nell'anno 2004/2005 su un totale di frequentanti pari a 8324 si hanno 2652 iscritti a corsi di lingua italiana e 519 a corsi per titolo di studio (il tasso di presenza di stranieri non è specificato). Una realtà specifica è rappresentata dal Centro operante all'interno della Casa Circondariale di Bergamo, che offre non solo corsi, ma è impegnato in attività diverse con altri partner nell'ambito della struttura e del raccordo con il territorio.
Si tratta, quindi, di una realtà importante, che rappresenta certamente l'offerta principale, in termini di struttura e professionalità, a cui bisogna aggiungere quella proposta dal privato sociale con associazioni significative, come l'Associazione Comunità Ruah onlus e l'Associazione Arcobaleno oltre ad altri gruppi (v. tra gli altri il censimento Comunità Valle Seriana) ed offerte disseminate su tutto il territorio provinciale ed in parte finanziate dalla "legge 40".
Un ulteriore passo nella qualificazione dell'offerta è rappresentato dal Progetto "Certifica il tuo italiano", avviato in queste settimane, che offre l'opportunità agli stranieri di accedere ai test di certificazione dei primi livelli di competenza linguistica in italiano.

Alcuni temi ricorrenti e questioni emergenti

Sembra utile richiamare l'attenzione di chi legge su alcuni temi ricorrenti nelle prassi quotidiane del sistema scuola: l'arrivo nel corso dell'anno, il livello delle competenze linguistiche in italiano, che viene assunto come scarto rispetto alle necessità richieste dal percorso formativo, la scarsa valorizzazione della lingua madre degli alunni; l'insistenza sull'emergenza per i nuovi inserimenti. Gli istituti, cioè, sono sempre sotto "stress" e le esperienze maturate non vengono trasformate in routine organizzativa, ma in conferma del "problema". La ricerca "Figli di immigrati" ha messo in evidenza, invece, che le risposte degli istituti sono diverse e non tutte connotate da urgenza e necessità di apporti esterni continui o sempre più ampi.
Tra le questioni emergenti sembra opportuno inserire un'attenzione troppo funzionale all'italiano, come lingua seconda, passando in secondo piano la sua valenza culturale, mentre l'attenzione per la lingua madre è tutta volta, paradossalmente, a coglierne la valenza emotiva, affettiva e culturale. L'aumento delle richieste di valutazioni ad opera dei servizi neuropsichiatrici reclama un'attenzione vigile perchè pare segnalare una poco comprensibile dichiarata impotenza ad affrontare situazioni e dinamiche "stressanti" per il clima e le relazioni nel gruppo classe. Il ritorno della selezione che colpisce molti studenti figli di immigrati, che in gran parte scelgono percorsi formativi professionalizzanti, per ragioni che non vanno solo lette come rinuncia a scelte più impegnative. Infine occorre richiamare all'attenzione episodi di discriminazione e razzismo, che possono generare chiusure e reazioni negative e addensamenti per nazionalità in alcune scuole, con rischi di etichettamento dannosi per tutto il sistema e la società.  

Il mercato della casa

Uno dei "prerequisiti" dei processi di integrazione è superare la fase iniziale dell'arrivo con le soluzioni abitative provvisorie e spesso precarie o legate a pratiche interessate di solidarietà (il mercato dei materassi). Tutti gli osservatori sono concordi. Una caratteristica tutta italiana che connota questo prerequisito è rappresentato dalla variabile "casa in proprietà". In altre parole, gli addetti ai lavori, in coerenza con la cultura della piccola proprietà abitativa degli italiani, considera come "prerequisito" ancora più significativo la casa in proprietà. E' noto a tutti che questa caratteristica del mercato immobiliare nostrano incide considerevolmente sulle dinamiche della domanda e dell'offerta, anche in considerazione di un fattore di non poco conto, la discriminazione nella selezione dell'inquilino, che connota il settore e le dinamiche accennate (cfr. UNAR, Un anno di attività contro la discriminazione razziale - Rapporto 2005)
Il mercato privato presenta queste caratteristiche e ciò è confermato anche da un patrimonio rilevante di appartamenti vuoti, mentre l'offerta pubblica è nettamente inferiore al fabbisogno e l'accesso a quello già costruito (v. ALER) viene limitato in alcune realtà con decisioni discriminatorie.
In questo quadro va inserito anche lo sviluppo del credito per l'acquisto della casa, che rappresenta la principale voce del rapporto con la clientela immigrata  per molti istituti di credito. Si tratta di un segnale importante, sottolineato non solo dalle indagini di settore, ma che permette di rafforzare i processi di integrazione nei diversi contesti territoriali. I progetti e le attività dell'associazione Casa Amica si pongono al crocevia di questi aspetti con azioni che si rivolgono agli Enti Locali per l'ampliamento del patrimonio pubblico e/o di quello residenziale calmierato, ai proprietari assicurandoli per il rispetto degli accordi contrattuali e per le spese di ripristino dell'immobile ed infine accompagnando gli immigrati nell'accesso al credito per il mutuo.
Un breve cenno va fatto per le segnalazioni di "conflitti condominiali" che la stessa stampa locale ha evidenziato. Il numero sembra aumentare e coinvolgere condomini e inquilinato del patrimonio pubblico. E' opportuno, a questo proposito, distinguere tra comportamenti dettati da culture di riferimento diverse, comportamenti dovuti ad inesperienza e quelli, infine, che non possono essere ascritti alle due precedenti categorie e proprio per questo privi di giustificazione. E' comunque un campo in cui sono stati attivati interventi di mediazione più o meno articolati e progettati, ma la decisione dell'APPE  (Associazione della Piccola proprietà edilizia) di costituire uno spazio di conciliazione per la gestione di conflitti condominiali, potrebbe essere integrata dalla mediazione specifica, basata sull'esperienza di questi ultimi anni.

Salute e cura

I dati, raccolti per lo specifi co capitolo del Rapporto, mettono in evidenza che lo status giuridico fa la prima differenza. L'attività dell'Associazione OIKOS infatti conferma da un lato le caratteristiche (nazionalità, genere...) dell'irregolarità ed il peso che ha sul territorio e dall'altro che una risposta a questa presenza arriva solo in modo indiretto dal sistema della salute.
Un'attenzione, a parte, va assicurata alle cifre del Centro di Aiuto alla Vita, che segnalano una realtà fatta di cattiva informazione (jus soli), di gravidanze indesiderate e di prospettive incerte: lo stesso convegno dell'ottobre di quest'anno sulla salute e riproduzione delle donne, organizzato dal Consiglio delle donne di Bergamo unitamente a molti partner, ha segnalato i tanti aspetti di questa realtà e della sua declinazione al femminile.
Dal canto suo, il sistema sanitario bergamasco sta assistendo ad un cambiamento, che è stato originato dalla nuova utenza, quella appunto degli immigrati (uomini, donne e minori), ma anche da due spinte: la prima degli operatori, intesi in senso ampio, che avvertono il bisogno di essere adeguati ed efficaci di fronte a persone che fanno riferimento ad altri quadri culturali non solo in tema di relazione medico - paziente, ma anche in quello della diagnosi e della cura; la seconda è rappresentata dalle Raccomandazioni regionali che spingono a concretizzare attraverso azioni diverse, compresa la formazione ed il ricorso alla mediazione, aziende ospedaliere a valenza interculturale .
Negli ultimi tempi, infine, si fanno più frequenti i richiami alla salute mentale e alle dimensioni psicologiche del vivere l'esperienza migratoria. Si tratta di un terreno difficile da quantificare e da comprendere nella sua interezza. Il settore pubblico avverte l'importanza dell'azione ed al tempo stesso l'inadeguatezza delle risorse e la necessità di comprenderne le matrici culturali, mentre su un altro terreno (privato e privato sociale) si moltiplicano i segnali volti a facilitare la conoscenza e la competenza.

Un capitale prezioso

La lettura completa dei materiali che compongono il Rapporto offre un'immagine della realtà provinciale attiva e vivace. I ritmi dei vari ambiti sono diversi, al pari dei gradi di consapevolezza delle necessità, degli impegni e delle responsabilità.
In questo quadro è evidente la vivacità dell'associazionismo sia di italiani che di immigrati. In attesa di uno studio specifico ed approfondito, è possibile oggi registrare questo dato.
I momenti di collaborazione sono aumentati, pur in presenza di forme di protagonismo e primogenitura, le azioni si stanno diversificando e, come nel caso delle iniziative di Tracce straniere in Altri percorsi del Comune di Bergamo, si stanno esplorando con più determinazione gli ambiti dell'espressione artistica.
E' una leva importante ed una risorsa per tutti, che garantisce un buon livello di comunicazione e di trasmissione di senso. Due motivi per un sostegno reale e convinto.

Non solo parole

A tutti è noto il potere delle immagini.
Anche in questo Rapporto è stato dato uno spazio a questo linguaggio. Sono i volti ed i gesti di una presenza altra e allo stesso tempo sempre più familiare.
Dipenderà dalla combinazione di queste due dimensioni (alterità/familiarità) il futuro della nostra società. Proprio per questo il linguaggio delle immagini è un contributo essenziale, non ornativo o effimero.

Dall'integrazione alle integrazioni possibili 

Da qualche tempo si stanno moltiplicando i tentativi di misurazione dell'integrazione. La Commissione Zincone, e prima ancora il Censis ed il CNEL, aveva avviato la proposizione di batterie di indicatori che permettessero di capire a che punto siamo. I demografi (Golini, Blangiardo, Strozza ed altri) stanno facendo uno sforzo considerevole in questa direzione e dall'altra il Dossier Caritas ora insieme al CNEL stanno operando nella stessa direzione. Mentre i primi propongono batterie di indicatori che possono, come dicono gli stessi autori, configurare i "prerequisiti" dell'integrazione, nel secondo si sta operando per una combinazione di dati relativi all'inserimento lavorativo, abitativo ecc. in forte collegamento con gli specifici contesti territoriali. Tutti e due gli approcci sono centrati sulla distinzione "noi" - "loro".
Si tratta di un percorso ancora aperto che promette sviluppi. Intanto, a completamento di questo sguardo d'insieme, sembra opportuno segnalare due aspetti:

  • il passaggio dal singolare al plurale
  • l'importanza non secondaria dei contesti territoriali.

Sul piano locale è da segnalare il barometro dell'integrazione, che, a partire dai dati disponibili, pone la questione in termini diversi e cioè considera la relazione fuoco dell'osservazione: la relazione tra italiani ed immigrati, tra immigrati e tra italiani. Sulla base cioè degli indicatori di inserimento (lavorativo, abitativo, territoriale), sulla base delle relazioni più o meno positive nell'accesso ai servizi e sulla base di un analisi dei differenti contesti, propone una misurazione che azzarda previsioni e sviluppi. E' una proposta che è possibile conoscere attraverso i rapporti riferiti al triennio in esame.
Il tema della cittadinanza entra a pieno titolo in questo quadro, che vede un paesaggio con tinte diverse. Le risultanze in proposito scaturite dall'indagine campionaria regionale, con relativi ritagli provinciali, ci dicono che una sua richiesta vede la ragione principale nel superamento di una condizione di precarietà che si vive con il permesso di soggiorno e che le prassi burocratiche sono particolarmente insopportabili. La misura della competenza linguistica ed il numero di anni per la richiesta sembrano essere determinanti secondarie per gli intervistati.
Se è possibile chiudere con una formulazione rapida, ma suscettibile di cambiamenti si può dire che il rapporto tra cittadinanza ed integrazione non è automatico in tutte e due le direzioni e ciò rende il tutto più impegnativo per tutti.


 
 
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